§ 1.
Sarei tentato di elaborare un intero sistema di filosofia del lavoro ma ovviamente è annichilente il solo pensiero di doversi misurare con tutta la cultura comune che si è sviluppata intorno al lavoro, la "saggezza popolare".
Perciò prendiamo una via che taglia tangenzialmente una serie di tematiche.
Difficilmente può essere sopravvalutato il significato, la portata, esistenziale del ricevere la gratitudine per aver fatto un buon lavoro.
Sembra una banalità, ma sembra anche essere ciò che consente alla vita di uscire dal grottesco, di riscattare la dimensione tragica e irredimibile dello stare al mondo, ciò che ci alleggerisce il cuore per quella sorta di colpa sfuggente e amara del trovarsi sempre presso l'altro da sé, presso impegni che in fin dei conti si rivelano vuoti; ecco, la gratitudine per aver fatto qualcosa di utile ad un altro è come un piccolo tocchetto di pane che alimenta la percezione di sensatezza dello stare al mondo; ma soprattutto sembra ripagare almeno un po' di quel senso di vuoto a cui ci consegniamo con pianto, rancore o desertificante rassegnazione quando cerchiamo di ubbidire a imperativi estrinseci.
Perciò possiamo riassumere l'idea migliore soggiacente al lavoro come l'opera che risolve problemi condivisi. Parlare di "idea migliore soggiacente a" ha un forte richiamo platonico. Nel Primo Libro della Repubblica Platone avanza l'idea che ciò che caratterizza un'attività è il suo fine; facendo l'esempio della matematica e richiamandosi al fine specifico della matematica, viene rimarcato che la matematica viene definita non da tutte le sue esemplificazioni concrete, ma solo da quelle che raggiungono il fine: in altri termini, la matematica è definita in base alle "perfezioni" non anche in base alle sue imperfezioni. In questo senso l'idea soggiacente alla matematica è ben espressa non nei casi in cui il singolo matematico sbaglia un calcolo, ma quando un teorema si esprima nella sua perfezione, nella sua correttezza e verità. La verità del lavoro è il suo risolvere problemi condivisi - i lavori insensati e alienanti non sono esemplificazioni dell'idea soggiacente al lavoro, escono dal suo archetipo per esemplificare piuttosto la sua trasfigurazione demoniaca, il suo opposto, la sua negazione. (Per esempi di lavori insensati si veda il libro di Graeber).
Senza dubbio l'imperativo del lavoro ha del grottesco, l'abbiamo detto; non so se c'è bisogno di spiegarlo; con una immagine farei l'esempio delle pratiche di premiazione e team leading all'interno di aziende medio-grandi di call center; non ci vuole troppo sforzo di immaginazione per registrare quell' autoconvincimento semi-ipocrita che trasuda dall'entusiasmo con cui ci congratuliamo per una promozione altrui, come se tutti dovessimo essere fieri per la propria avanzata nella scala verso un'altra e supposta più eminente ruota del criceto, come se meritasse i nostri sforzi, come se in fondo nascostamente non volessimo rompere la diga di quel senso di frustrazione, tradimento e insensatezza per un lavoro che non ci appartiene. Lottare per una promozione ha del grottesco, soprattutto se non lo facciamo per la propria famiglia, per guadagnare quanto serve per garantire un futuro stabile ai propri figli, ma "per sé".
Quindi, non vorrei aprire il capitolo della dimensione del sacrificio nel lavoro, però che il lavoro in quanto tale abbia del grottesco penso si possa accettare senza troppi problemi; o meglio, come emerge chiaramente nella Bibbia, il lavoro è una dimensione tragica; ciò che la colora di grottesco è l'imperativo morale e il tentativo di considerarlo entusiasmante.
La dimensione del grottesco è anche però fonte di solidarietà; se la verità del lavoro è la soluzione di problemi condivisi, allora il grottesco non sarà la verità del lavoro, ma la solidarietà. Il congratularsi, il compiacersi, l'inorgoglirsi, per i successi altrui anche in se avvenuti e ricercati in contesti alienanti, è innanzitutto un congratularsi per il fatto che l'altro pare riuscito così a trovare una dimensione di senso persino in quell'insensatezza in cui tutti più o meno consapevolmente ci troviamo, che nonostante tutto quella persona è riuscita a trovare la serenità, la concentrazione, la creatività, la disponibilità, la resistenza, la pazienza, per dare un contributo individuale a che l'azienda possa risolvere meglio un problema altrui, cui l'azienda è votata. Il grottesco nella solidarietà si tramuta in eroico. (Baker).
Entrando più nel vivo della questione, ciòè che mi premeva mantenere in evidenza è che c'è un modo per rendere sopportabile e anche evocativo il proprio lavoro, e cioè il fatto che se Tizio si è rivolto a te è perché aveva una difficoltà, nel mio caso una difficoltà nella quale non faticherei a riconoscermi è quella di trovre un bel posto all'aperto con un bel panorama a prezzi non eccessivi e senza particolari prenotazioni anticipate di mesi per una serata o un pranzo tra amici. La "missione" dell'azienda qual è? quella di fornire una bella location nelle colline toscane vicino alla città, con una buona cucina toscana e un discreto assortimento di cocktail e vini, a prezzi non esagerati, dove passare un pomeriggio o una serata. E' qualcosa che io riconosco come difficile da trovare? qualcosa per cui una volta tornato a casa posso dire "oohh, sono stato proprio bene, era quello che cercavo e ci ritornerò, per fortuna che ho trovato questo posto per il compleanno della mia ragazza!"? questo e poco altro è il senso della ristorazione dell'ospitalità - cercare di dare un accesso facile ad un servizio piacevole per rilassarsi e per fare stare bene le persone care; questo è il senso delle imprese ristorative.
Perché questo uno riesca a viverlo, aiuta molto il capire perché il singolo cliente è venuto qui da te. Stando in cucina non si ha un rapporto diretto col cliente, ma alcune volte mi rendo conto che se so che ad esempio il tal dei tali è venuto qui per fare un regalo alla sua ragazza che si è ripresa dopo una lunga malattia il mio approccio alla preparazione del cibo cambia molto; sarebbe stronzaggine e menefreghismo puro e semplice lasciar correre e procedere come sempre, come se si trattasse di un piano liscio di clienti anonimi e senza forma. Quel ragazzo è qui per risolvere un problema: un'esigenza di trovare senza dannarsi l'anima e poi gettare la spugna, un posto dove passare una bella serata.
Si è sempre piacevolmente colpiti quando si ha a che fare con imprenditori o dipendenti disponibili, che si sentono non dico realizzati, felici, sintonizzanti con gioia su quel lavoro, ma che avvertono che c'è del senso in quello che fanno e che agiscono orientati all'idea soggiacente quel lavoro: la ditta che fa derattizzazione si interfaccia con il ristorante sapendo che per me ristoratore ogni volta che trovo degli escrementi di topo è un problema grosso che ho urgenza di risolvere senza troppe beghe, ed ha senso farlo con "preoccupazione", con "coscienza", proprio per via della catena di "cure" che lega quella di me ristoratore e quella del ragazzo che vuole passare un weekend con la sua fidanzata.
Questa la missione, poi è chiaro che ci sono clienti lamentosi, schizzinosi, snob, arroganti, egocentrici, ecc. Ma questo rientra nell'imperfezione di cui parlava Platone, no? penso di sì, dai.
§ 2.
L'IKIGAI è un concetto giapponese che significa grossomodo "la ragione per cui vivere".
Nei manuali di psicologia del lavoro nei libro di crescita personale è stato ormai divulgato suddiviso in quattro grandi aree tematiche: alla cui all'intersezione possiamo immaginarcelo collocato.
§ 3.
1) Se impari, se apprendi sempre cose nuove dalla tua esperienza, dal tuo mondo.
2) Se provi, se azzardi, se metti alla prova ciò che ritieni di aver imparato, per testarlo e migliorarlo.
3) Se rimani.
4) Se condividi.
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